
Moon Lady è la prima pubblicazione, una storia d’amore che attraversa i secoli per ricongiungersi in un cerchio magico con un’altra storia d’amore moderna. Il racconto è intriso di magia e ricco di fantasia. Ambientata nella più piccola delle isole flegree, la trama è avvincente e cattura l’immaginazione del lettore.

Con il poco abbrivio rimasto mi avvicino alla banchina.
Sono in coperta che mi districo fra vele e sartiame, e provo ad avvicinarmi alla prua nell’intenzione di saltare a terra e legare una cima nell’anello arrugginito che ho adocchiato sul molo.
Nel farlo azzardo un percorso che mi porta sul limite del bottazzo della mia barca, un nugolo di parabordi predisposti dalle altre barche ormeggiate incastra la prua della mia barca.
Il contraccolpo mi coglie alla sprovvista, quando sono senza appigli.
Agito le braccia, faccio un mezzo giro e mi ritrovo a mezz’aria, è un attimo, e come capita anche ai migliori velisti, finisco a bagno con tutto il mio costoso guardaroba da barca scarpe comprese. Riemergo dall’acqua a pochi metri dalla banchina e disdetta delle disdette la mia “Serena” si allontana respinta dai colpi dei parabordi e dai miei goffi tentativi di non cadere, se ne va tranquilla verso il centro del porticciolo abbandonandomi a mollo. Non ho modo di risalire sulla barca inpaccottato e zuppo d’acqua come sono, così scelgo si nuotare verso la banchina. Poche bracciate e mi avvicino allo scivolo delle barche che mi sembra essere la via d’accesso più semplice alla terra ferma, mai errore fu più fatale, il piano inclinato dello scivolo per metà sommerso dall’alta marea risulta essere ricoperto da una leggera peluria verde, le alghe rendono viscido il bagnasciuga e capisco che lo scivolo si chiama così anche perché e difficile starci all’in piedi. Ricasco in acqua più di una volta prima di decidere che il solo mezzo per venirne fuori è camminare carponi, così eseguo il famoso passo della foca, è certamente il modo meno dignitoso per un marinaio provetto di raggiungere la terra ferma, ma vista l’ora posso considerarmi fortunato che nessuno mi veda.
Appena all’asciutto, abbandono la condizione di foca e ritorno a quella di primate, provo a camminare, per intenderci.
Guardo sconsolato la mia barca che ha ormai raggiunto il centro del porto.
Un’occhiata in giro mi fa capire che l’ora è troppo mattutina per sperare nell’aiuto di qualche pescatore del posto, non mi resta che aspettare, mi siedo sul bordo della banchina e mi appresto nell’umida attesa.
Sono li che rimugino sul mio sfortunato impatto con questa bell’isol tenendo d’occhio la mia barca, quando un gattino mi spunta alle spalle.
Il micio mi si avvicina guardingo, attento a non bagnarsi le zampe nel piccolo laghetto che ho creato tutto intorno al mio posto a sedere, il pelo fulvo nero e lucido si drizza non appena provo a toccarlo, una zampata mi fa desistere, ha al collo un collarino di colore rosso con dei caratteri in corsivo, provo a leggere le lettere scolorite.
“Attila”.
Caspita, penso, “Attila è un nome impegnativo per un micetto ”.
E’ mentre sono assorto in questa meditazione che una voce ridente mi coglie alla sprovvista.
“Dai, Attila, vieni via prima che il signore si rituffi di nuovo”.

